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Usato is the new Black: irrompe nel Fashion Retail

by Milkman

Il Fashion Retail in cerca di un'anima green? 30 miliardi di sterline di vestiti non indossati che prendono polvere negli armadi britannici; H&M, soffocata dagli invenduti, che trova uno spiraglio di luce potenziando l’e-commerce, i resi e rallentando la filiera; Burberry che brucia, letteralmente, 34 milioni di dollari di capi invenduti nel 2018.

Ed ecco fare capolino un nuovo, inaspettato, trend: l’usato o, per usare l'ennesimo anglofonismo, il pre-owned. Perché “usato” fa brutto.

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L’ultima notizia è che Zalando, dall’autunno, aprirà la sezione pre-owned sul suo sito tedesco: «Abbiamo osservato due tendenze in crescita. Da un lato, i clienti sono sempre più alla ricerca di articoli usati sia per motivi di sostenibilità che per arricchire il proprio aspetto con un pezzo unico», racconta Anne Pascual, SVP Product Design. «D'altra parte, il decluttering fa ora parte della conversazione sulla moda e i clienti sono alla ricerca di modi innovativi per farlo». I clienti potranno rivendere i loro capi a Zalando, la cui reverse logistics è tra le più efficienti sul mercato, e sarà facile come comprarli.

Un altro campione del pre-owned è Farfetch, che sta sperimentando anche un pilot tutto dedicato alle borse di marca, chiamato Second Life. Chi rivende non riceverà contanti ma buoni da spendere sul sito.

Secondo GlobalData negli USA il mercato dell’usato, dal 2016, è cresciuto 21 volte più velocemente rispetto al resto del fashion retail. Il settore, che oggi vale $24 miliardi, raggiungerà i $51 miliardi entro il 2023. La crescita delle vendite di usato luxury è ancora più stupefacente: quattro volte più veloce del mercato primario del lusso, con un 12% all'anno contro il 3%.

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La nuova abitudine riesce ad appagare due desideri che stanno alla base della filosofia di vita della generazione-Instagram: cambiare spesso look ed avere abitudini ecologiche e sostenibili. Per i retailer la tentazione di entrare in un circolo virtuoso di circular-fashion è irresistibile: si crea una clientela ricorrente, si impatta meno sull’ambiente e si vende di più. L’unico scoglio da superare, per chi non l’avesse già fatto, è quello di implementare un servizio di reso facile e gratuito: una spesa ingente ma che sarà ripagata in breve tempo. Insomma, sembra che il 2020 sarà un 2015 visto allo specchio: col riciclo dei capi al posto dell’indigestione low-cost e con la reverse-logistic al posto di un on-demand (attenzione a non confondere l’on-demand col same-day).

Dalla moda del capriccio a quella ragionevole: un piccolo passo per il consumatore, un grande passo per iniziare a spegnere l’incendio del consumismo più sfrenato. 

#eCommerce, #retail

    
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