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Il futuro instabile della gig-economy è una minaccia per i Retailer che comprano aziende di logistica?

by Milkman

I Retailer, sia online che offline, stanno comprando aziende e startup di logistica. Tra i primi c'è stato eBay, con l'acquisizione di Shutl. Walmart ha comprato Parcel per implementare le consegne same-day a New York ed usare la sua esperienza e risorse informatiche per fare lo stesso in altri mercati. Target ore possiede la startup di consegne on-demand Shipt. Voci, forse poco affidabili, vogliono che sia Home Depot che Amazon siano interessati a XPO Logistics, unico corriere del lotto, con 91.000 tra impiegati e driver assunti, 1444 location e 32 nazioni.

Le ragioni che stanno dietro a questo improvviso interesse nei confronti della logistica sono già state ampiamente discusse: l'esplosione dell'eCommerce ha drasticamente aumentato il volume annuale delle consegne a domicilio, tanto da farle diventare il fattore più importante nella moderna strategia del Retail.

L'ultimo Natale è stato testimone di un tale traffico di pacchi da far sì che, come ha scritto Forbes, "per la prima volta da quando Kurt Salmon ha iniziato a misurare le spedizioni natalizie, nel 2012, più del 30% dei Retailer ha scelto di non fornire una data di consegna garantita. Chi lo ha fatto ha selezionato come data di cut-off il 17 Dicembre, non accadeva dal 2014".

Comprare aziende di logistica può essere un'ottima strategia a lungo termine: consegne gestite internamente su zone "calde" garantiscono un maggior controllo sulle opzioni offerte, sulla qualità e sui costi del servizio. I costi, soprattutto quando si parla di last-mile, sono un "virus" che raramente permette all'eCommerce di dare reali profitti, quindi la loro importanza è fondamentale.

Attenzione, però, a ciò che si compra, perché per limitare i costi operativi molte aziende e startup hanno deciso di operare tramite fattorini retribuiti secondo la cosiddetta gig-economy. E allora? Penserete voi ...

In Europa, soprattutto, è chiaro come il vento stia soffiando verso un'imminente regolamentazione legale di questo tipo di lavoro a basso costo. Se ciò dovesse accadere molte startup si ritroverebbero con modelli di costo ancora più insostenibili di quanto già non lo siano.

Pensiamo a come l'Unione Europea, pochi giorni fa, abbia dichiarato che Uber è una ditta di trasporti e non una piattaforma tecnologica. La Gran Bretagna si muoverà sull'argomento gig-economy nel 2018, a seguito del rapporto "Taylor" ed ha già sospeso la licenza di Uber sulla città di Londra. Con precedenti come questi le regole del gioco potrebbero cambiare drasticamente.

Sul versante Marketplace Amazon si è recentemente rifiutata di incontrare i sindacati italiani, provocando uno sciopero nel suo magazzino più grande d'Europa (doppiato poi anche in Germania). Una crisi che non riguarda solo i centri di fulfillment: il 5 Dicembre il Garante per la Comunicazione ha ufficialmente diffidato Amazon Logistics e Amazon City Logistics dall'ignorare la legge sulla regolamentazione dei servizi postali, uccidendo l'implementazione di Amazon Flex in Italia.

L'economia dei "lavoretti" è sempre esistita e sempre esisterà. Le proporzioni che ha raggiunto di recente, a seguito della nascita delle "piattaforme tecnologiche", non sembra però essere socialmente o legalmente sostenibile. Non lo è nemmeno economicamente, perché le startup che la adottano continuano a non essere redditizie. Come scrive Chris Webb su ReCode: "Il modello corrente è sopravvissuto solo grazie all'infusione di venture capital".

Questo ci ricorda come la tecnologia veramente "disruptive" esista per migliorare la vita di tutti, non solo degli imprenditori e dei consumatori. Di certo non deve necessitare di una forza lavoro sottopagata per diventare redditizia.

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