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Il futuro dei centri commerciali in Italia: un'apocalisse evitata?

by Milkman

Il centro commerciale: c’è chi lo ama e chi lo odia ma tutti, prima o poi, ci finiscono dentro. Le prime cose che vengono in mente, pensandoci, sono la folla, il rumore, la difficoltà di trovare quello che si sta cercando tra la Babele di un’offerta sempre eccessiva rispetto alla nostra domanda.

Negli USA queste immagini sono un ricordo d’altri tempi, di quell'epoca culminata con la Generazione X (1995) di Kevin Smith, i “topi da centro commerciale” che lo avevano sostituito alla piazza del paese. Oggi, in piena Retail Apocalypse, quasi un quarto dei Centri americani è stato chiuso e quelli che sopravvivono lo fanno investendo milioni di dollari in “esperienze” che trascendono la vendita di prodotti (sale giochi, ristoranti, palestre, etc.).

Preview-of-the-Coming-Retail-Apocalypse


In Italia la situazione è diversa: sono ancora più le aperture delle chiusure, con 79 progetti da varare entro il 2022. Eppure la rendita è in calo da un massimo del 6.4% (circa) al 5% (circa). Numeri meno incoraggianti di quelli delle nostre “high street”, ovvero le vie dello “struscio” dove affacciano le vetrine dei grandi brand, ma comunque non apocalittici. E la previsione è in leggera crescita.

Al di là dei numeri, che sappiamo bene essere assai fantasiosi, basta andare di domenica pomeriggio in un qualsiasi centro commerciale per rendersi conto che le care, vecchie, alienanti, “piazze coperte” funzionano ancora.

L’Italia si è salvata o, essendo in cronico ritardo rispetto al resto del mondo occidentale, è solo in attesa della sua Apocalypse? Sembra si sia salvata. A quanto pare il ritardo, per una volta, ha giocato a nostro favore. Superata (si fa per dire) la grande crisi del 2008 e con l’e-Commerce 12 punti percentuali (rispetto al totale Retail) più basso che in Gran Bretagna, si sente necessità di cambiamento ma senza percepire un’incombente catastrofe.

Come scrive Enrico Verga su Il sole 24 Ore: “Stanti le premesse di una stagnazione dell’economia italiana nel 2019 (e facciamo anche 2020?) i grandi centri che hanno più risorse economiche, gallerie importanti, e nel tempo hanno scelto posizioni valide resteranno. Pur soffrendo e dovendo investire in aggiornamenti (o tagli di personale e relative sostituzioni di robot). I piccoli centri commerciali che sono in zone strategiche, diciamo comode, reggeranno, ma con fatica. Per gli altri si prospetta l’oblio? Forse oblio è una parola grossa ma la riduzione dei costi è un obbligo e, se vogliamo osservare le tendenze americane per ridurre le spese c’è poco da fare. Più robot, più automazione, più digitale, più big data, meno personale”.

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Nello stesso articolo si riscontra la necessità di “rinnovare” il centro ogni 3-4 anni. Verissimo. Ma come? I soliti, inaffidabili, numeri ci dicono che Food e Abbigliamento non mollano. E ci mancherebbe! Siamo in Italia. La necessità, in generale, è quella di ridurre gli spazi, renderli più esclusivi, pareggiare l’offerta di prodotti con quella di intrattenimento (ma non il cinema, che ha il cappio di Netflix, Amazon e Disney+ intorno al collo). Si prospetta anche l’avvento di una nuova categoria: i servizi. Un ufficio postale. La banca. Il dentista.

Un’esperienza sempre più “mimetica”, quindi, che offra del valore aggiunto proibito all’online ma che funzioni anche sotto la pioggia, nel gelo dell’inverno e con ampio e comodo parcheggio. Niente di nuovo, concettualmente, ma all'insegna di un’esecuzione sempre più luxury e sempre meno “ingrosso” popolare.

Per una volta, insomma, essere una provincia dell’Impero ci ha giovato. Abbiamo visto l’incendio col binocolo ma il calore delle fiamme ci ha appena sfiorato.

#retail

    
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