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Il fashion retail sopravviverà alla quarantena?

by Milkman

15 miliardi di euro di consumi in fumo e migliaia di negozi e posti di lavoro persi. Questa L’infausta previsione di Renato Borghi, Presidente di Federazione Moda Italia-Confcommercio, che ci ha spinto a realizzare il nostro primo Business Case sul fashion, scaricabile qui. In questo documento troverete dati e spunti che riguardano la collaborazione con uno dei nostri Clienti fashion più prestigiosi che ha fatto dell’eCommerce una macchina inarrestabile. 

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Tornando alle dichiarazioni di Borghi, questo potrebbe essere l’impatto dell’emergenza COVID sul settore moda, uno dei fiori all’occhiello del Made in Italy ma anche uno dei comparti più colpiti dalle chiusure. Serrande abbassate su 115.000 punti vendita, ormai già da quattro settimane e quasi 313.000 impiegati a casa. Negli ultimi otto anni i negozi di moda si sono già dimezzati, quanti ne resteranno a pandemia terminata? 

La domanda se la fanno tutti e non solo in Italia. Essendo la moda catalogata tra i beni non essenziali i suoi negozi potrebbero essere tra gli ultimi a riaprire, anche considerate le evidenti difficoltà di applicazione del social distancing, non parliamo della sanificazione dei camerini o degli stessi abiti, provati e … poi? 

L’e-commerce?  L’abbigliamento online vale 3,3 miliardi di euro e l’arredamento & home living 1,7 miliardi. Sulla base dei dati Netcomm-Politecnico di Milano, nelle ultime settimane l’88% delle aziende ha dichiarato un calo di fatturato. Solo per l’8% le vendite sono rimaste invariate e per il 4% aumentate. Non dimentichiamo che l’online moda rappresenta solo il 7% del totale di settore (per i Brand più “fortunati” arriva al 10-12%). Alcuni grandi e-store, come yoox.com e net-à-porter.com del gruppo Ynap, tra l’altro, hanno dovuto chiudere i battenti, nell’impossibilità di garantire la sicurezza ai loro operatori logistici.  

Nel frattempo le grandi firme fanno quadrato per ricordare agli italiani e al mondo quanto la community degli stilisti nostrani sia legata al tessuto sociale e culturale del Paese. 

Il virus ha colpito anche le riviste, con un calo nettissimo degli inserzionisti e la necessità immediata di ripensare la propria value proposition in un mondo improvvisamente privato di fronzoli, baci e abbracci.

Eppure non tutto il male viene per nuocere: forse questa sarà l’occasione per liberarsi di molti eccessi e per spingere sotto ai riflettori alcuni trend virtuosi, come la circolazione dell’usato, della quale avevamo già scritto

“Questo è il momento del cosiddetto unified commerce, che va oltre l'omnicanalità, mettendo al primo posto l'esperienza del cliente, abbattendo le barriere tra i canali e sfruttando una piattaforma comune”: chiarisce Roberto Liscia, Presidente di Netcomm.

Mobile first, shop later: torneranno i negozi e saranno un tutt’uno con i siti e le experience multicanale, senza mai dimenticare che questa “esperienza” di cui tanto si parla non si ferma al checkout del sito ma deve coinvolgere il consumatore fino all’ottenimento del proprio ordine, con tutte le certezze e la libertà di controllo che gli sono state momentaneamente scippate dal mondo in cui vive. Ne abbiamo parlato nel nostro business case.

Scarica Business Case

 

#retail, #strategy, #coronavirus, #fashion

    
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